Il traguardo è vicino - Pochi giorni alla maturità
 
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    Il traguardo è vicino

    Pochi giorni alla maturità

    Eccomi, il traguardo è a pochi passi, poche falcate ed il mio percorso scolastico giungerà al capolinea, varcando quel confine sottile che nel corso degli anni è divenuto a poco a poco palpabile, tangibile.

    Quando varcai per la prima volta la soglia di quest’istituto il mio cuore traboccava di illusioni, certezze, speranze, che lentamente mutarono inopinabilmente, svuotando la mia anima, privandola di quella luce utopica, e, mio malgrado, riempiendola di sprezza. 

    Mentre scavo nei meandri del mio subconscio, un turbinio di ricordi s’infittisce all’interno della mia sinapsi, mescolando l’aridità dei miei rapporti interpersonali alle radici del mio malessere.

    Gli anni trascorsi all’Aldo Moro hanno in parte smussato le estremità di ciò che mi caratterizzava, una fittizia immaturità atta a nutrirsi della futilità dell'esistenza, avvalendosi di comportamenti stupidi che rendevano un ragazzo qualunque apparentemente felice, libero.

    Quella facciata era in realtà un bieco contorno a una maschera che celava dietro di sé il velluto delle fragilità, dei timori che custodivo gelosamente, mentre i frammenti di quella maschera si spargevano a terra impietosamente.

    Ciò che vedevo all’interno della classe erano sagome inermi, volti foschi, un branco di corpi opachi incapaci di brillare, incapaci di vivere.

    Durante il primo anno cercai invano di interagire, di comunicare ad un gregge che però smorzava i miei tentativi, maciullandoli attraverso pregiudizi e, principalmente, attraverso ciò che accomuna gli uomini della scialba società odierna: l’incapacità di ascolto.

    Già, l’ascolto, che una moltitudine di volte s’infrange nell’eco delle parole, che tramutano in spine taglienti, in sassi lanciati ad un cuore di cristallo che, inevitabilmente, tramuta in un macigno, in uno scudo, costipato dal cinismo, dalla sfiducia.

    Così dal secondo anno in poi abbandonai ogni forma di socializzazione scolastica, preferendo ad essa l'inettitudine che ormai si era inglobata in me. Mi rannicchiai relegandomi in un angolino, che a poco a poco divenne musa ispiratrice del mio io interiore, in esso confluendo l’arte della scrittura, del disegno, della musica.

    La maggior parte degli alunni che delimitavano il mio spazio vedevano in me un essere privo di vita, etichettando ciò che ero in base al colore dei miei abiti cupi, ed al mio taciturno silenzio, in realtà conseguenza di quelle frasi che nascondevano al loro interno velenosi stereotipi, incapaci d’intravedere un filo di luce in quel sedicenne.

    Man mano però crescevo, e se inizialmente quei commenti lasciavano stralci di tristezza lungo il mio cammino, a poco a poco in me serpeggiava un’insolita indifferenza, che da lì in poi sarebbe divenuta il punto cardine della mia psiche.

    Ero consapevole che versare lacrime su fiori appassiti avrebbe impedito alle mie ali tarpate di posarsi sul nido della leggerezza che poteva riempire il mio volto di un bagliore candido, luccicante.

    di Diego De Mizio


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