IL SENSO DELLA VITA - Storia di un’adolescente
 
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    IL SENSO DELLA VITA

    Storia di un’adolescente

    Un luogo a cui penso sempre è l’ospedale in cui sono cresciuta, ho passato parte della mia vita in ospedale per un problema che ho dalla nascita. L’ospedale è un luogo triste, sia perché serve alle persone che hanno problemi di salute per curarsi, sia perchè le separa dalle famiglie temporaneamente e le isola dal mondo esterno che va avanti senza aspettarle. Io in ospedale ho capito il mio senso della vita, ho imparato a godermi ogni giorno condividendo ogni momento, brutto o bello che sia, con la mia famiglia.  L’ospedale mi ha aiutato a crescere forse troppo in fretta, data la mia giovane età, mi ha mostrato sempre le cose brutte della vita facendomi vivere tanti momenti infelici. La mia vita in ospedale è stata così difficile perché non potevo fare nulla e a volte non potevo vedere neanche la mia famiglia perché dovevo restare isolata. I giorni peggiori erano quelli delle feste natalizie che ho passato spesso in ospedale lontano dalla mia famiglia,  però quando i miei venivano in ospedale ero la persona più felice del mondo, perché la loro presenza mi rendeva felice. Quando vedevo entrare il mio neurochirurgo nella camera impazzivo dalla gioia perché sapevo già che voleva dirmi che potevo tornare a casa. Io, al solo pensiero di tornare a casa,  cominciavo subito a fare le valigie e chiamavo mio padre che lasciava tutto e correva da me. La mia famiglia mi è stata vicino in ogni momento, rendendo ogni giorno della mia vita più bello e se non fosse stato per loro io non avrei superato tutto questo. L’ospedale dove sono stata era molto bello, per quanto questo sia possibile, e avevo tanti amici ma alcuni di loro non hanno superato la malattia. L’ospedale era molto colorato, aveva stanze enormi per giocare e studiare; c’erano anche delle professoresse che mi facevano studiare. Poi c’erano i dottori che per me erano e sono tutt’ora la mia salvezza. La mia classe di allora non mi ha aiutato per niente, addirittura mi schernivano per il fatto che portavo la bandana e non avevo i capelli. Io non  mi sentivo a mio agio perché, nonostante avessi la loro stessa età, avevo un altro modo di pensare e un’altra concezione della vita. Io non davo la colpa di questo ai miei compagni di classe perché erano piccoli e non capivano tutto il male presente nel mondo. Per superare tutti i momenti di disperazione e angoscia ho avuto bisogno della mia famiglia ma anche di un carattere molto duro e di un coraggio stratosferico; il mio chirurgo per questo motivo mi chiamava la “bambina coraggio” perché ho affrontato sempre i problemi senza mai arrendermi, per me ma soprattutto per la mia famiglia, che contava su di me. Ho avuto certo i miei momenti di debolezza che non ho mostrato nessuno, perché volevo mostrare solo la parte forte di me. Io, ancora oggi, mi sento come se stessi vivendo una vita che non mi appartiene e ho la sensazione che il mondo stia andando avanti senza di me. Anche nella classe in cui sono adesso mi sento a disagio, come in tutti i luoghi che frequento, perché i ragazzi della mia generazione sono infantili, superficiali e pensano che tutta la vita sia un gioco, che tutto sia facile e soprattutto non pensano al loro futuro. Per me questi ragazzi dovrebbero aprire gli occhi e vedere tutte le difficoltà, i problemi che ci sono nel mondo. Solo così potrebbero capire il vero senso della vita!

    di Annamaria Cappabianca


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